La consolatrice molesta

18 May – 22 June 2013, Omphalos, Pinacoteca Michele De Napoli (Terlizzi, Ba.), curated by Giuseppe Pinto.

Guillermina De Gennaro, Daniela Corbascio.

“LA CONSOLATRICE MOLESTA” accoglie due nuove installazioni site specific di Daniela Corbascio e Guillermina De Gennaro.

Il secondo piano di Omphalos è stato dedicato alle nuove installazioni site specific di Daniela Corbascio e Guillermina De Gennaro.
Un aforisma di Soren Kierkegard recita “Il ricordo è un consolatore molesto”, muovendo da una sintonia con questa prospettiva poetica dal ”variabile effetto”, La consolatrice molesta rinvia l’intenzione dalla specificità del ricordo alla complessità della memoria che sembra penetrare e strutturare la poetica di entrambe le artiste che si esprimono con pratiche molto distinte.
Problematico trovare una definizione esaustiva per la ricerca di Daniela Corbascio. Il suo lavoro fagocita linguaggi, segue un personale flusso di coscienza, regola e orchestra le forme della memoria, facendoli coesistere in perfetti bilanciamenti. La sua attitudine dominante sembra quella di una ricercatrice indipendente che, in modo originale e antiaccademico, individua un incipit e poi segue un’evoluzione dettata dall’alternarsi di rigore modulare, casualità e coincidenze.
Daniela Corbascio ha una straordinaria abilità nell’appropriarsi di uno spazio in cui organizza rigorosamente forme e materiali ambivalenti, fra ciò che ha costruito e ciò che ha trovato, raccolto, collezionato, conservato. La logica materiale-immateriale di questo teatro rende possibile una penetrazione filosofica nel rapporto tra cose, segni, linguaggi e percezione. Le sue installazioni sembrano operare come palcoscenici fenomenologici perfettamente sintonizzati con gli spazi architettonici circostanti.
In “Call your Father” ci troviamo sotto una selva di rami di pino, testimoni di un evento casuale, estetico ed emozionale vissuto dall’artista. I rami sono carbonizzati, sottoposti al processo incontrollabile, purificatore del fuoco e il suo corredo simbolico sedimentato nella memoria. I tronchi non hanno subito alcun intervento diretto dell’artista, si impongono, stupendi, nel loro color nero carbone, documento della natura transeunte delle cose. Sembrano aver sventrato il soffitto come radici provenienti da un ipotetico giardino pensile. L’effetto è disorientante e l’ambiente richiede un impegnativo ribilanciamento spaziale. 
Il segno incisivo del neon è stato sempre usato dall’artista come elemento interno all’installazione, lo abbiamo visto unificare, evidenziare, penetrate materie e forme diversissime. Per la prima volta in “Call your Father” il neon resta fuori dalla composizione scultorea, non c’è contatto materiale tra i due elementi. Il potere delle radici, “che muovono le case”, sembra esentare l’elemento segnico del neon di intervenire visivamente nell’installazione. “Il neon resta fuori. Sta a guardare”. D.C.
Alla memoria che si tramuta in paesaggio – non inteso come scena ma come spazio contingente da attraversare nel tempo – si accompagna una memoria fatta di forme; il minimalismo con le sue forme basilari e il loro posizionamento in galleria, il post-minimalismo con la corruzione di queste stesse forme, il concettuale, pur non aderendo alla dematerializzazione dell’opera, la land art, l’arte povera, ecc. Una memoria di forme in gioco in un numero di pratiche o semi-pratiche scultoree connaturate agli artisti delle ultime generazioni con cui Corbascio condivide anche la prassi del “collezionare” come uno degli strumenti per raggiungere uno stato di autorialità e in questa poetica l’assemblage diviene il territorio di un nuovo misticismo.
Guillermina De Gennaro utilizza la propria condizione quale metodo per sviluppare una riflessione che, sebbene aperta e universale, resta del tutto intima e personalmente poetica.
Anche in questa occasione continua la sua esplorazione delle forme e dei confini della memoria personale che spesso la riportano nella sua amata Argentina sulla quale, non a caso, aleggia lo spirito dalla “memoria infinita” di Ignazio Fures .
In Paso Doble il movente è un’indagine intorno ad un’entità di difficile decifrazione come l’ombra proiettata dal corpo umano e le inevitabili implicazioni che essa ha con l’idea di doppio. Una “materia” piena di concatenazioni simboliche, artistiche e filosofiche che si perdono nel tempo, “Questo rovesciandosi è quello”.
Lavorando sulla memoria, l’immaginazione consacra l’ombra a poesia della mente.
Le silhouette si dispongono leggere sul bianco, luogo del divenire e della ricognizione. La memoria come traccia si perde nelle trame delle pennellate effimere e precarie quasi come l’essenza dell’ombra stessa.
Gli acquerelli si adeguano in spazi decentrati, non convenzionali all’esposizione della “cosa” d’arte, prediligono gli angoli o i luoghi appartati, quasi rifuggono dalla frontalità. Trovandosi esposti al di fuori dei propri limiti, sul bordo estremo di una domanda a cui non c’è alcuna risposta, l’opera scopre così di essere condannata a un’interrogazione infinita.
Un giorno, pensando al corpo umano inteso come ingombro nello spazio, ho immaginato che potessero uscire da me e da casuali passanti, tanti cloni che via via si posizionavano nello spazio entrando in possibili angoli, nicchie, spigoli, in proiezioni immaginarie allungate che nelle nostre case sono disegnate dalle geometrie delle architetture, dai soffitti, dai pavimenti, dai muri, un probabile attraversamento dello spazio visibile, sguinzagliando violentemente le ombre di questo pensiero. G.D.G.
L’opera nasce da un sistematico rimescolamento degli elementi sedimentati nella memoria. Questa operazione combina simultaneamente un’intima prossimità e una distanza irriducibile. Nessun inizio e nessuna fine. Si serve di elementi conosciuti, ma infondo sconosciuti nella loro totalità. Una prassi rituale che richiede pazienza e tanto tempo per realizzare poeticamente che “Uno più Uno fa Uno”
Il senso è anche quello di un’evidente avversione a un sistema che presuppone la velocità quale unica possibilità esistenziale, il consumo come solo segno di un’esistenza che, al contrario, necessita di riappropriarsi di un proprio tempo riflessivo, in cui riallacciare i rapporti con se stessi. Questo rappresenta una possibilità non solo esistenziale ma filosofica e culturale, possibile via di fuga e capacità di generativa.

“LA CONSOLATRICE MOLESTA” host the new site specific installation by Daniela Corbascio and Guillermina De Gennaro.

The second floor of Omphalos is dedicated to the new site-specific installations by Daniela Corbascio and Guillermina De Gennaro. It is hard to find a comprehensive definition for Daniela Corbascio work. Her research phagocytises languages, follows a personal stream of consciousness, regulates and orchestrates the forms of their memory, making them co-exist in balancing acts. Her primary approach is that of an independent researcher who takes anoriginal, anti-academic approach, identifying a starting point and then following an evolution dictated by the alternation of modular strictness and random coincidences. Daniela Corbascio has an extraordinary ability to appropriating of a space in which organizes strictly forms and materials ambivalent between what she create with her hands and what she found, gathered, collected, preserved. The material and immaterial logic of this theatre offers philosophical insight on the relationship between signs, things, language and perception. Her installations operate as phenomenological staging grounds which are highly tuned to their surrounding architectural spaces. In “Call your Father” we find ourselves under a pine branches selva, they are witnesses of a random, aesthetic and emotional event experienced by the artist. The branches are charred, subject to the fire uncontrollable and purifying process and its symbolics wealths sedimented in memory. The branches have not suffered any direct intervention by the artist, they impose themselves, beautiful and powerful in their black coal, documents the transient nature of things. They seem to have gutted the ceiling as roots from a hypothetical roof garden. The effect is disorienting and the environment needs a challenging spatial rebalancing. The incisive neon sign has always been used by the artist as an inner element of the installation, we saw him unify, highlight, penetrate very different materials and forms. For the first time in “Call your Father” the neon remains outside the sculptural composition, there is no physical contact between the two elements. The power of the roots, “that with their strength move the houses” seems to exempt the neon signs element to intervene visually installation. “The neon is out. It just watches. “D.C. The memory that turns into landscape – not intended as a scene but as contingent space through in time – is accompanied by a memory made of forms; the minimalism with its basic forms and their positioning in the gallery, the post-minimalism with the corruption of these same forms, the conceptual, while not adhering to the dematerialisation of the work, the land art, the arte povera, etc.. A memory of forms involved in a number of sculptural practices or semi-practices insite in the recent generations of artists with whom Corbascio also shares the practice of “collect” as one of the tools to achieve a state of authorship and in this poetic the assemblage becomes the territory of a new mysticism. Guillermina De Gennaro uses her condition as method to develop a reflection which, although open and universal, it remains quite intimate and personally poetic. Also in this occasion she continues her exploration of the forms and the boundaries of personal memory that often bring her in her beloved Argentina where, not surprisingly, hovers the spirit of the “infinite memory” of Ignazio Fures. In “Paso Doble” the driving force is an investigation around an entity difficult to decipher as the shadow cast by the human body and the inevitable implications it has with the duality idea. A “subject” full of symbolic, artistic and philosophical concatenations that are losts in time. Working with the memory, the imagination consecrates the shadow as poetry of the mind. The silhouettes are lightly arranged on the white, the space of becoming and reconnaissance. The memory trace is lost as in the plots of the brush strokes almost ephemeral and precarious as the essence of the shadow itself. The watercolours comply in spaces decentralized, non-conventional for exposure of the art “thing”, they prefer the corners or secluded places, they almost shy away from the frontality. Pushed out beyond its limits, at the far edge of a question to which there is no answer, the work thus finds it is doomed to infinite interrogation. The work stems from a systematic mixing of the elements ingrained in the memory. This operation combines simultaneously an intimate proximity and an irreducible distance. No beginning and no end. It uses elements known, but unfounded unknown in their entirety. A ritual practice that requires patience and plenty of time to poetically realize that “One and One is One” The general sense and atmosphere is also that of a distinct dislike to a system which presupposes the speed as the only existence means, the consumerism as only sign of life that, on the contrary, needs to regain its own reflective time in which to renew its relationship with themselves. This is a possibility not only existential but philosophical and cultural, possible escape and generative capacity.